Lady Chocolate never lies...

Verso Itaca: tre donne e un uomo
martedì, 06 maggio 2008

Drinnnnnnnnn

Si dice che le donne amino stare a lungo al telefono, con le amiche e pure con la mamma. Quando in casa si sente il fatidico suono mariti e fidanzati, genitori e fratelli già sanno che, nella migliore delle ipotesi, passerà almeno mezz'ora prima che l'apparecchio torni libero.
Ora, mi piace chiacchierare e trovo il telefono estremamente utile, ma di solito agli amici mando mail o messaggi e pare proprio che la mia mamma possa fare a meno di parlare con me per più di due minuti e più che un paio di volte a settimana.
E quindi il telefono squilla, di solito non più di tre volte se sono nei paraggi, e dopo il mio "Sì?" di rito, ché non riesco proprio a dire "Pronto?", inizia quello che ho l'impressione essere una specie di count down. Pare quasi che lei tenti di stabilire il record della chiamata più breve al mondo! Questa è la nostra conversazione tipo:
"Sì?"
"Come va?
"Tutto bene, voi?"
"Sì, bene, tuo padre è a lavoro, tua sorella fa i compiti e io cucino. Tu che fai?"
"Mah... il solito, nulla di che"
"Bene, ci sentiamo poi"
"Va bene, a presto, saluta tutti"
"Ah, ti serve qualcosa?"
"Ma no, non preoccuparti!"
"Va bene, ciao. Ciao ciao"
"Ciao"
E restano parole che nemmeno ho fatto in tempo a pensare lì, sospese nella mia testa, e le immagino penzolare nel fresco buio di una cantina satura di odori, come tanti salami in attesa d'esser mangiati.
Ci si saluta così, sempre un po' di fretta, ché lei ha tante cose da fare e io avrei sì qualcosa in più da dire, ma nulla che potrebbe mai durare più di dieci minuti. Mi dico sempre che le chiederò la prossima volta se è andata a quella mostra, se il pranzo con gli amici è andato bene, se ha sentito questa o quella notizia, se... ma so già che potrò chiederle solo una delle cose che ho in mente per poi salutarla e risentirla dopo un paio di giorni.
E per quanto a volte penso che potremmo pure investire un po' più del nostro tempo in chiacchiere, alla fine mi dico che centocinque secondi di telefonata sono più che perfetti per sapere le cose fondamentali dell'altra, anche se ci si vedrà solo dopo un mese. In fondo sono solo parole, non aggiungono né tolgono nulla a quello che siamo.
E di certo, se fossi stata Eliot Ness, Capone non avrebbe mai potuto dirmi "
Sei solo chiacchiere e distintivo, chiacchiere e distintivo, solo chiacchiere e distintivo! "
postato da Chocolady alle ore 12:40 | link | commenti (13)
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lunedì, 07 aprile 2008

Upside down (ɐɹdosoʇʇos)

Sono arrivata alla stazione con largo anticipo. Ci sono arrivata a piedi: sei chilometri di vie sconosciute e pochi punti di riferimento, ma "Sono randagia io!" ti dico sempre sventolandoti il mio miglior sorriso sotto il naso perché tu non ti preoccupi. Sono uscita presto per girottare un po', per familiarizzare con la toponomastica di questo nuovo posto e per non perdere l'autobus. Poi una punta d'orgoglio "Ci vado a piedi, posso farcela!". E proprio quando pensavo d'essermi persa ecco il famoso autolavaggio e chi se ne frega se la paura m'ha detto che avrei dovuto sbirciare su google maps: la strada l'avevo vista, distrattamente, molte volte comodamente seduta in auto accanto a te!
Vedo i treni andare e venire, potrei prenderne uno ora, ma oggi ho già sfidato la sorte e avuto la mia parte di fortuna. Meglio attenersi almeno a quella parte di programma che prevede che arrivi all'appuntamento alle 18:15 o giù di lì.
Mi siedo, comoda in un treno scomodo, infreddolita dal tepore di una primavera che non arriva, allento l'affettuosa stretta della sciarpa intorno al collo e guardo fuori. Un pallido sole sbuca tra rami secchi che paiono ghiacciati, nemmeno una foglia. Pare che il tempo stia rallentando per tornare indietro: è ottobre e mi sento con le pinne sulla terra ferma. E mentre mi pare d'annegare in un mare d'aria stagnante eccoti spuntare dal nulla. Come una boccata di Montecristo e un bicchiere di Zapatera mentre siedo rilassata su una vecchia poltrona dinanzi al fuoco d'un camino.
Peripezie mentali per superare la mia coerenza formale, contorsioni virtuali per renderti reale, una strizzata alle mie paure e una strapazzata al mio senso di responsabilità. "Allora chiudi gli occhi e batti i tacchi delle scarpette per tre volte e ora pensa dentro di te: "Nessun posto è bello come casa mia...
". Eccomi di ritorno nel mio nuovo mondo, rivisitazione frullata e corretta del vecchio. Eccomi mentre assecondo, senza nemmeno aver tentato di ricomporli, i miei pensieri scomposti e insensati, i miei pensieri ɐɹdosoʇʇos in un treno che, ɐɹdosoʇʇos, mi porta dritta da te.

 

upside down train

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mercoledì, 02 aprile 2008

Batman

Batman ha occhi da gatto, verdi dice lui, ma molti giorni mi sono parsi gialli. Sono nascosti dietro spesse lenti da vista e ti scrutano con curiosità. I capelli e le sopracciglia arruffati gli danno un aspetto selvatico e credo non sappia farsi la barba, ma i suoi baffi sempre curati sono piacevoli al tatto. Pungenti.
Quando sorride gli si illumina il volto e quando è stanco s’accoccola accanto a me in cerca di un po’ di carezze.
Pancia morbida e pelo biondo, soffre il solletico e mi diverto a stuzzicarlo. Ridendo dice che gli viene la malinconia. Ha la pelle chiara di chi prende poco sole, gli piace poltrire ed è estremamente goloso. Ha una brutta cicatrice sui due lati di un ginocchio. Traccia di un vecchio incidente. Quel giorno tentava di dare una lezione di disciplina ad un’esuberante signora in auto.

Batman ha paura dei medici e degli ospedali e non prende medicine, anche se lo credo assuefatto allo spray nasale. Soffre di mal di testa e adora “lagnarsi” per attirare l’attenzione.

Fa strani sogni di spie, di mafia, di giochi, di fughe e d’amore. Parla e s’agita nel sonno e dorme scomposto e sparso per il letto.

Batman ha piccole mani morbide di chi preferisce pensare piuttosto che fare, le fa scivolare delicatamente tra i miei capelli tentando di ordinarli insieme ai miei pensieri. Mangia le unghie, ma se viene sorpreso nega sornione e inventa una scusa, "Liscio i baffi" "È solo una pellicina" e altre ancora. Le sue carezze sono dolci e calde mentre esercitano una pressione variabile sul mio corpo in attesa. A sera s’intrufola sotto le coperte e mi intiepidisce il letto, sa che avrò freddo. Quando arrivo scalza, emettendo striduli gridolini ghiacciati, si fa in là e mi scalda i piedi tenendoli sotto di sé o tra le mani, poi mi bacia la fronte e mi stringe forte. Qualche chiacchiera, un po’ di tenerezze e ci addormentiamo vicini. Quasi sovrapposti.

Batman mi fa piccole sorprese, dolcemente si prende cura di me ed è bello ricambiare le sue mille premure che, candida coltre di serenità, ammorbidiscono e stemperano l’acredine di quello che è stato.

Batman è come non te lo aspetti.

Ma Batman esiste davvero?

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venerdì, 28 marzo 2008

Che tenerezza!

Alle 20:30 mi accingo a salire sul pullman come ogni sabato sera. Nemmeno faccio in tempo a sedermi che lo zelante autista m'apostrofa così "Ehi, signorina, ma tua madre sa che sei uscita?". Lo guardo perplessa e dico "Certo che lo sa...." "Mmm... sei sicura? Ti ha dato il permesso di uscire tutta sola a quest'ora? E poi come torni a casa? Non ce ne sono più mezzi, lo sai?". Sono curiosa di capire dove vuole andare a parare, mi avvicino e gli ribadisco che mia madre sa che sono uscita e che so perfettamente che quello è l'ultimo pullman della giornata per andare e che fino alla mattina seguente non ce ne saranno per tornare. Mi guarda ancora scettico e insiste "C'è qualcuno responsabile che ti potrà riportare a casa quando ti sarai stancata?" "Ma certo, chi crede che io frequenti, qualche ubriacone scapestrato?" "Ma no, è che hai più o meno l'età di mia figlia e mi preoccupo, sai, essere padre non è semplice!" "Lo credo che sia complicato fare il genitore, se continua a trattare sua figlia come una ragazzina di quindici anni..." "E come dovrei trattarla?" "Beh, se ha la mia età almeno come un'adulta, ventisei anni non sono tanti, ma nemmeno così pochi per uscire sola alla sera..." "Mioddio che gaffe, mi scusi, è che lei sembra proprio una bambina!" "Non si preoccupi, piuttosto andiamo invece di accumulare ritardo" Sorrido, lui pare calmarsi un po'. Partiamo. Trenta chilometri da soli e nemmeno una parola. Mentre scendo mi sorride e si scusa ancora "Buona serata" "Anche a lei". Vado, con l'approvazione del mio nuovo angelo custode.

Abbiamo comprato dei mobili per il terrazzo e chiesto che li consegnassero a casa. Eravamo un po' indecisi sul giorno della consegna, poi abbiamo optato per il venerdì. Però quando l'addetto alle vendite ci ha comunicato che li avrebbero portati solo fino al citofono ci siamo un po' straniti. Ci siamo guardati e infine ho detto "Mmm, fino al citofono... non  sarà meglio farceli consegnare sabato? Così li portiamo su insieme, non credo di farcela da sola!" "Sì, credo sia meglio" Abbiamo comunicato al simpatico ometto la piccola variazione e lui ha sorriso beato. Dopo qualche attimo ci ha detto "Accidenti! Sabato non si effettuano consegne!" "E vabbè, vada per venerdì" Ho detto un po' rassegnata e un po' preoccupata. Alla fine i mobili li hanno consegnati ieri, premurandosi di avvertirci e di accertarsi che il cambio non ci fosse sfavorele. E a me che cambiava? Lui era comunque a lavoro...
Quando è arrivato il trasportatore sono scesa, ho firmato, ci siamo guardati e lui m'ha detto "Ora viene papà ad aiutarti, vero?" "No, oggi purtroppo sono sola a casa, ma non si preoccupi, spingerò la scatola fino all'ingresso" "Ma no, che dici?! Sei una bambina... facciamo così, anche se di norma non è compreso nel servizio te la porto fino all'ascensere". S'è caricato il tutto e ha percorso il vialetto deciso. "Grazie, è stato davvero gentile, ma lasci pure qua, non vorrei incomodarla oltre!" "Figurati cara, sei una ragazzina, da sola come avresti fatto?" Lo ringrazio ancora e infilo, con non poca fatica, il catafalco in ascensore.

E queste sono solo le più eclatanti...

Sembro piccola, molto più piccola di quello che sono, forse dovrei crucciarmene, ma, nella speranza di mostrare qualche anno in meno pure tra altri trent'anni, mi faccio due risate e mi risparmio qualche lavoraccio fuori dalla mia portata.
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mercoledì, 27 febbraio 2008

Siamo ciò che mangiamo

Polpette al sugo:
fare le polpette è troppo laborioso: la fila in macelleria, il cartoccio sanguinolento da portare a casa, infilare le mani in quella poltiglia fredda e molliccia e mescolarla con altri ingredienti poco gradevoli al tatto e all'olfatto, insomma, compriamole già formate e adagiate in una comoda vaschetta d'allumino, costeranno un po' di più, ma volete mettere la fatica?
Prendete una capiente pentola dai bordi alti, versate al suo interno due, facciamo tre, dita d'olio extravergine d'oliva e quando è ancora freddo, cioè subito dopo aver acceso il fornello, immergetevi le polpette. Quando saranno ben rosolate, in procinto di brucciacchiarsi, versate nella medesima pentola una lattina di pomodorini e aggiungete sale e abbondante peperoncino.
Uno, massimo due minuti per insaporire i pomodori e il piatto è pronto.

Pasta al tonno:
calate la pasta in acqua bollente e salata. Intanto che cuoce, preparate in un piatto fondo due scatolette di tonno comprensive d'olio. Scolate la pasta al dente, ma se l'avete dimenticata sul fuoco poco importa perché sarà comunque gustosa, versatela nel piatto, date una mescolatina e aggiungete olio extravergine d'oliva a crudo. Buon appetito!

Insalata di riso:
lessate il riso e conditelo ancora caldo con un intero barattolo di condiriso senza dimenticare d'aggiungere il liquido del condimento e l'immancabile olio extravergine d'oliva.

Patate al forno:
togliete le patate dal congelatore e mettele per cinque minuti nel forno preriscaldato a 220°C. Aggiungete sale e salse a piacere.
Questo procedimento può essere adoperato con qualunuqe tipo di prodotto congelato da forno. In questo modo potrete esser certi di mantenere intatto il cuore ghiacciato della pietanza e di conferire ad ogni piatto il piacevole aspetto di un fantasioso sorbetto in crosta calda.

Fagiolini lessi:
immergete i fagiolini in abbondante acqua salata ancora fredda e andate pure a fare i fatti vostri. Saranno pronti quando sentirete l'immancabile sfrigolio dell'ultima goccia d'acqua che evapora e avranno assunto un bel colore marrone chiaro. Sarete sicuri di non ingerire alcunché di salutare per il vostro organismo.

 

Per oggi è tutto. Mi raccomando non siate avari di spezie e...

Buon appetito!

 

[E poi dicono che i francesi non sanno cucinare! ; )http://ailaiklyon.splinder.com/post/16050210/Nouvelle+cousine]

 

postato da Chocolady alle ore 14:19 | link | commenti (21)
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martedì, 19 febbraio 2008

Eh... eravamo diciannovenni!

Lavavo i piatti e l'ho sentito rientrare, compagno di banco al liceo e poi insieme all'università.

Sei ancora qui?
Sì, finisco i piatti e torno a casa mia
C'è Ale? Vorrei chiedergli un parere
Mmm... no, sono sola, ti posso aiutare io?
Non so... vabbè volevo sapere che tipo di profilattico è migliore...
Bah... dipende...

Discussione sulle tipologie di preservativo.

Eh... ma quanti sono? Ma... senti... come faccio a sapere se è bucato?
O__o
Beh... sai...
Eh... puoi aprirlo e immergerlo in una bacinella piena d'acqua, un po' come si fa per le camere d'aria!
Ah sì?
Sì sì. Per sicurezza cospargine la superficie di sapone liquido, in caso di fori le bolle saranno più visibili
Caspita, grazie!
Figurati...

Fa per andarsene, poi ci ripensa.

Ma non sarà poco romantico tutto questo?
Dici? Io lo trovo divertente! Puoi farlo fare a lei [Occhieggio carina]
Mmm... sì... mi piace st'idea!

Sparisce felice nella sua stanza, sono indecisa se dirgli della burla prima di andar via o magari aspettare fino al giorno dopo, ma quello che raggiunge i miei orecchi è davvero troppo.

Senti, ma per evitare sta manfrina ogni volta posso provarli tutti lo stesso giorno?
Caro, io scherzavo! Infilare un profilattico è già complicato senza srotolarlo, immaginalo disteso bagnaticcio dentro e fuori e pure azzeccoso... non lo metterai mai!
Ma allora come faccio?
Non puoi fare!
Meglio non usarlo?
Assolutamente meglio di sì, sai com'è... [m'interrompo ma il pensiero va: di strambi è già troppo pieno il mondo!] meglio ridurre il rischio
Hai ragione

Sorride e sparisce di nuovo. Mi asciugo le mani e torno a casa mia.

È andata così: il giorno dopo ha acquistato i preservativi all'automatico perché aveva vergogna di farlo in farmacia, ci ha rimesso dei soldi perché l'apparecchio non dava resto, è tornato a casa seccato per la perdita, ma eccitato all'idea del suo appuntamento e... quei profilattici li hanno usati una sera per fare i gavettoni ai passanti in strada: con lei non ci fu verso!

 

postato da Chocolady alle ore 20:19 | link | commenti (24)
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venerdì, 08 febbraio 2008

Mia nonna

L'ultima volta che l'ho vista stava stesa in un letto vuoto. I suoi quaranta chili t'impedivano di notare fosse lì. La bocca aperta in un ultimo tentativo di dire qualcosa, le macchie scure sulla pelle bianchissima che spiccavano come gocce di caffè sullo zucchero. Un corpo assente sotto lenzuola appena stirate. Solo i piedi a tenderle per dire "Lei è qui".
Nella sua stanza in penombra i parenti chiacchieravano tra loro, qualcuno raccontava barzellette e ad ogni nuovo arrivo si sentivano grida di saluto cariche di sorpresa per via degli anni passati lontani. Mio zio mi strinse una spalla e mi disse che stava sicuramente in un posto migliore. Ma io ancora fatico a immaginare una realtà pronta ad accoglierci quando il nostro tempo sarà scaduto.
Non so dire bene che tipo fosse, non è mai stata uno zucchero, sempre pungente, spesso offensiva, certamente caustica. La ricordo parafrasare un famoso detto in tono sarcastico, disse "'e figli so' piezz'e strunz". Risi pensando che non l'avevo mai sentita dire una sola parolaccia e non ricordo affatto chi fosse il destinatario di quella missiva, ma solo che in molti storsero il naso in quella cucina che sapeva di caffè e detersivo per i piatti.
Mia nonna è morta d'estate, se n'è andata in un letto d'ospedale senza che potessimo salutarla e chissà se l'ha riconosciuto. Ancora leggo il dubbio nel suo sguardo pensoso e perso tra immagini passate, la sera, quando stanco siede sul divano col volume del televisore altissimo senza guardare nulla davvero. Lo spio cercando d'intuire qualcosa, ma posso solo scorgere gli occhi stanchi dietro le lenti da pulire.
Quel giorno, il giorno del suo funerale, è stata l'unica volta in cui l'ho visto piangere, mio padre, in piedi davanti a una buca terrosa, piangeva e per un attimo mi ha stretto un braccio mentre andavamo via. Avrei voluto dirgli qualcosa. Invece ho solo pensato parole confuse che non sono nate.
Con noi è sempre stata una donna distaccata, non fredda, ma di certo non affettuosa e a volte mi sono chiesta se ci volesse bene.
Sono però certa che ne volesse a lui, l'ultima persona che ha visto e sentito stringerle le mani.
L'ultimo che l'ha riaccompagnata a casa.

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lunedì, 28 gennaio 2008

Visita ranologica

Ho ventiquattro anni e il braccio destro dolorante. Le dita mi fanno malissimo e certi giorni non riesco nemmeno a tener su la forchetta.
Un sabato disperata e dopo aver provato di tutto vado dal medico. Toh! Il mio non c'è, ma il simpatico sostituto mi dice che non devo assolutamente preoccuparmi. Dice "Le possibilità vanno dalla semplice sindrome del tunnel carpale ad un po' di SLA". Il mio cervello elabora velocemente la sigla... SLA? Ah, sì, ci sono: il morbo di Lou Gehrig. Il morbo di Lou Gehrig? Azz... il suono è un po' quello di una sentenza di morte, ma il simpatico dottore mi dice di non preoccuparmi ché le probabilità che sia il peggio sono praticamente nulle (e allora perché me lo ha detto?). Mi porge un numero di telefono "Prenoti un'elettromiografia". D'altra parte lui non mi ha mai vista, percui mi spedisce dallo specialista e siamo tutti più tranquilli. Lo saluto cordiale e distratta dalle riflessioni che ha causato la nostra conversazione e mi rendo conto, con raccapriccio, che sto pensando banalità assolute: non può essere, ho solo ventiquattro anni, devo ancora vedere Mont Saint Michel, andare in Islanda e... un flusso di idiozie scorre veloce e non mi riconosco: la mia solita razionalità è in silenzio e non schematizza più, non cerca soluzioni, non tenta di capire. Torno a casa tremando. Prendo il numero dalla borsa e chiamo. Una pimpante voce di donna mi domanda che desidero. Che desidero? Vediamo... desidero stare bene... ma dico semplicemente che vorrei prenotare una visita col Dott. M. "Bene" mi dice sempre pimpante, ma mi pare un po' meno "il dottore sarà disponibile solo fra due settimane". La ringrazio ancora forzatamente cortese e riaggancio. La mano non ha più sensibilità, pare gonfia, ma è solo una sensazione, non ho fame e mi corico.
Mi aspettano due lunghe settimane, dormo e mangio poco e mi pare quasi di abituarmi a far niente. Cerco di scuotermi un po', ma con poca convinzione. Ad un tratto penso che arrivando informata alla visita mi sentirò più tranquilla. Accendo il computer, digito con sole cinque dita ciò che mi interessa e leggo: l'esame serve a verificare che i muscoli rispondano correttamente agli stimoli elettrici inviati loro attraverso un ago elettrodo (azz... ago elettrodo: non solo ti infilzano, ma danno pure corrente. Proprio come Galvani alle rane!). Grafici e varie altre spiegazioni mi portano alla fine dell'articolo e non mi sento affatto più tranquilla. Troppo tardi. 
Due settimane sono passate. Quando al centro medico chiedo del dottore un uomo alto e snello si presenta e mi conduce in una stanzetta raccontandomi del posto da cui viene (è egiziano). Mi fa accomodare sul solito lettino e mi chiede la mano (che cosa bizzarra: è il primo uomo che me la chiede e deve pure pungermi!). Titubante gliela porgo. Prende un piccolo elettrodo ad anello (sembra una molla) e me lo mette a turno intorno alle dita lasciando passare l'impulso elettrico. Sento un lieve pizzicorio, ma rispetto a ciò che mi aspettavo è quasi una goduria. Lo guardo felice e sollevata e gli chiedo se abbiamo finito. Mi sorride sornione. No, non abbiamo finito. Apre un cassetto e ne tira fuori un ago sterile che collega all'apparecchio. Ora sto male… mentre mi infila l'ago nel mignolo mi sento svenire. Lo guardo sorridendo (che attrice) e domando se ne ha uno più sottile. Scuote ancora il capo: è il più fine che c'è! Ancora azz… l'ago fa un male cane e la corrente non migliora le cose, in più non basta misurare la risposta a riposo, devo pure muovere le dita. Che dolore infame… quando ha finito con la mano mi dico che il peggio è passato e mi rendo conto che sto piangendo.
Dolore e paura, un mix che spezza l'anima.
Continuo a guardare i piccoli lividi circolari che si sono formati intorno all'elettrodo. La bocca si arriccia in un sorriso, ma piango ancora. Lo spilungone mi infilza su per tutto il braccio fermandosi solo alla spalla. Poi gentile mi dice che ha finito e mi chiede se ho bisogno di qualcosa. Gli rispondo che voglio solo sapere se sto bene. Mi sorride. Va tutto bene. Sorrido anch'io. Un sorriso umido. Gli porgo la mano sinistra e lo saluto felice. Quasi lo bacio, ma sì, lo bacio davvero!
Esco dal candido studiolo con le mie cartacce e mi dico che posso farlo, posso imparare a mangiare, lavarmi i denti... forse perfino a scrivere con l'altra mano, posso farlo, finché non andrà meglio. Mi dico che posso ancora guardare avanti senza sapere che sta finendo tutto. Posso ancora sorprendermi della vita.
E anche se poche parole m'hanno rivoltato il mondo capovolgendo perfino la scala delle mie piorità, sto bene. Lo so. Ma lo capirò davvero solo molti mesi dopo con un bernoccolo.
C'est la vie! 

postato da Chocolady alle ore 22:33 | link | commenti (26)
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giovedì, 24 gennaio 2008

Tre quarti

Mi sono alzata con un maledetto torcicollo e ho iniziato la mia giornata di tre quarti. Dolorante ridevo: pensavo a tutte le volte che il fotografo mi ha chiesto di assumere la ridicola posa e io, ignorandolo, ho guardato dritto nell'obbiettivo con la mia faccia da schiaffi. Il mio secondo pensiero si è interrotto a tre quarti, vabbè nulla di profondo, privo di conclusione a causa di una sonora esclamazione di sorpresa "Ma che è?". Di fronte a me, nella casa in costruzione che scorgo dalla mia finestra, una coppia di pupazzi di neve faceva l'amore su un balcone ancora senza parapetto. Mi sono detta "Staranno inaugurando la loro futura casa" e, ammesso e non concesso che fosse quella e non l'altrui proprietà, ho ignorato l'ultimo quarto della loro coraggiosa performance all'aperto dedicandomi alla vista della mia camera. Assolutamente... come dire... assolutamente... sconsolante. Tre quarti in disordine! Ho tentato di giustificarmi pensando che è normale sia così: far rientrare in una sola stanza una vita che, per il suo ultimo quarto, si è espansa in un appartamento è una cosa impossibile. Il quarto pratico e sarcastico di me ha ghignato "Forse se gettassimo tutto sto ciarpame..." ma invero di inutilità ne sono rimaste ben poche!
Ho lasciato stare il disordine esteriore e, rimunginando, cosa in cui sono assai brava, mi sono dedicata a quello interiore: tre quarti dello scorso, perrimo anno, sono andati tentando caparbiamente di accomodare l'inaccomodabile. Mi sono arresa a settembre: non si può ottenere perfezione, né una cosa che lontanamente le somigli, quando il risultato non dipende solo da noi stessi. Così mi sono rassegnata a lasciare il lavoro a tre quarti. Sì, tre quarti, non metà, per la mia assurda mania di accollarmi sempre il grosso delle faccende.
Prima che tutto sto movimento cerebrale mi portasse troppo indietro ho tirato il freno e mi sono concentrata sull'ultimo splendido quarto di un duemilasette raccapricciante: passato in buona compagnia e conclusosi in modo speciale e inatteso.
Resta sempre qualcosa di buono: sarebbe sempre meglio tre quarti, ma anche uno solo va bene...

postato da Chocolady alle ore 11:25 | link | commenti (13)
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venerdì, 18 gennaio 2008

L'insonnia

Avete mai sofferto d'insonnia?
Vi alzate frettolosi dal divano: se non andrete a dormire ora potreste non addormentarvi più. Vi lavate velocemente i denti e allo specchio le vostre palpebre vi si chiudono in faccia. Presto, più presto... vi muovete rapidamente, ormai dal vostro obbiettivo vi separa solo una rampa di scale. Eccovi infilarvi febbrili il pigiama e poi finalmente sotto le coperte!
Chiudete gli occhi, vi rilassate e... restate svegli.
Domani, domani proverete a fare più in fretta.

Avevo smesso di non dormire. Alla fine della scorsa primavera mi ero ripresa il sonno in un letto con le lenzuola rosse.
"Verrò ogni volta che non potrò dormire" "Meglio d'inverno, sei bollente tu". D'inverno non sono tornata, altri pensieri altri viaggi altre storie.
Mi dicevi "Vorrei riuscire a dormire poco quanto te, invece d'esser assalito dal sonno come un ragazzino" ti dicevo "Non c'è piacere nello stare svegli, leggi scrivi pensi e quando hai finito e il cerchio si è chiuso sei ancora lì con gli occhi spalancati a domandarti
la gente "normale" che sogna mentre sei sveglio sul nulla. Dalla strada rumori e luci confuse. Inutile dire che non ci si abitua mai..." Ora dormi di meno, ma non sei ancora in grado di superare la tua maestra!
Prima il sonno me lo levavano l'emicrania, le mie contorsioni interiori, la sensazione d'aver sbagliato tutto, perfino i problemi degli altri. Ora semplicemente non dormo. Per qualche attimo, sotto le coperte, lascio spazio a qualche lieve pensiero, poi mi arrotolo stile micio divanato col mio topo di peluche tra le braccia e mi dico che "È ora di dormire". Chiudo gli occhi, vedo per ultimo il suo sorriso, lo stesso che, caldo, mi ha accolta all'aeroporto in un pomeriggio freddo di dicembre, il respiro si fa regolare, il battito cala, la mente naviga verso il sogno. Eppure non dormo. Non mi rigiro, no, non sono inquieta, sono solo sveglia. M'addormento sul serio quando il resto del mondo inizia a lasciare le lenzuola, poche ore e poi un lungo dormiveglia. Mi alzo semiconfusa e la giornata inizia. La notte sarà di nuovo come la precedente, ma non me ne preoccupo.
A primavera tornerò a dormire. A primavera aspettami.

postato da Chocolady alle ore 02:53 | link | commenti (21)
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